Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e monaco cristiano italiano appartenente all’ordine domenicano, vissuto nel XVI secolo.

Ricorre oggi il 419esimo anniversario della morte di colui che il mondo conosce come Giordano Bruno, una delle personalità più interessanti, misteriose, controverse e culturalmente innovatrici della storia dell’umanità.

Non esistono molti documenti sulla gioventù di Bruno. È lo stesso filosofo, negli interrogatori cui fu sottoposto durante il processo che segnò gli ultimi anni della sua vita, a dare le informazioni sui suoi primi anni. “Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato ed allevato in quella città”, e più precisamente nella contrada di San Giovanni del Cesco, ai piedi del monte Cicala, forse unico figlio del militare, l’alfiere Giovanni, e di Fraulissa Savolina, nell’anno 1548 – «per quanto ho inteso dalli miei».

Imparò a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de Iannello e compì gli studi di grammatica nella scuola di un tale Bartolo di Aloia. Proseguì gli studi superiori, dal 1562 al 1565, nell’Università di Napoli, che era allora nel cortile del convento di San Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da «uno che si chiamava il Sarnese» e lezioni private di logica da un agostiniano, fra Teofilo da Vairano.

Per delineare la prima formazione del Bruno, basta aggiungere che, introducendo la spiegazione del nono sigillo nella sua “Explicatio triginta sigillorum” del 1583, egli scrive di essersi dedicato fin da giovanissimo allo studio dell’arte della memoria, influenzato probabilmente dalla lettura del trattato “Phoenix seu artificiosa memoria”, del 1492, di Pietro Tommai, chiamato anche Pietro Ravennate.

A «14 anni, o 15 incirca», rinuncia al nome di Filippo, come imposto dalla regola domenicana, assume il nome di Giordano, in onore del Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, o forse del frate Giordano Crispo, suo insegnante di metafisica, e prende quindi l’abito di frate domenicano dal priore del convento di San Domenico Maggiore a Napoli, Ambrogio Pasca nel 1569.Sembra anche che intorno al 1569 sia andato a Roma e sia stato presentato a papa Pio V e al cardinale Scipione Rebiba, al quale avrebbe insegnato qualche elemento di quell’arte mnemonica che tanta parte avrà nella sua speculazione filosofica.

Nel 1570 fu ordinato suddiacono, diacono nel 1571, e presbiterone 1573, celebrando la sua prima messa nel convento di San Bartolomeo a Campagna, presso Salerno, a quell’epoca appartenente ai Grimaldi, principi di Monaco, e nel 1575 si laureò in teologia con due tesi su Tommaso d’Aquino e su Pietro Lombardo. L’esperienza conventuale di Bruno fu in ogni caso decisiva: vi poté fare i suoi studi, formare la sua cultura leggendo di tutto, di Aristotele e di Tommaso d’Aquino, di san Gerolamo e di san Giovanni Crisostomo, di Marsilio Ficino, di Raimondo Lullo e di Nicola Cusano.

bruno giordano

Nel 1576 la sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l’osservanza dei dogmi si manifestò inequivocabilmente.

Bruno, discutendo di arianesimo con un frate domenicano, Agostino da Montalcino, ospite nel convento napoletano, sostenne che le opinioni di Ario erano meno perniciose di quel che si riteneva. Denunciato da frate Agostino al padre provinciale Domenico Vita, costui istituì contro di lui un processo per eresia e come racconterà Bruno stesso agli inquisitori veneti: “Dubitando di non esser messo in preggione, me partii da Napoli ed andai a Roma”. Bruno raggiunse Roma nel 1576, ospite del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, il cui procuratore, Sisto Fabri da Lucca, diverrà pochi anni dopo generale dell’Ordine e nel 1581 censurò i Saggi di Montaigne.

Nei periodi di gravi disordini che affliggono Roma, Bruno viene anche accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un frate: scrive il bibliotecario Guillaume Cotin, il 7 dicembre 1585, che Bruno fuggì da Roma per “un omicidio commesso da un suo frère, per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita, sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia”. Oltre all’accusa di omicidio, Bruno ebbe infatti notizia che nel convento napoletano erano stati trovati, tra i suoi libri, opere di san Giovanni Crisostomo e di San Gerolamo annotate da Erasmo e che si stava istruendo contro di lui un processo per eresia.

Così, nello stesso anno, il 1576, Giordano Bruno abbandona l’abito domenicano, riassume il nome di Filippo, lascia Roma e fugge in Liguria.

Da qui un lungo peregrinare in giro per l’Italia, spostandosi prima a Genova poi a Noli, Savona, Torino, Venezia, Padova, Brescia e Bergamo.

Decise in seguito di trasferirsi in Francia passando per Milano e Torino e fermandosi in Savoia a Chambéry per poi girovagare in tutta Europa, dando vita ad una produzione letteraria abbondante e molto controversa, vivendo momenti molto alti di riconoscimento del suo livello intellettuale ma anche continue peripezie legate al suo pensiero, alla sua ricerca ed al modo di rapportarsi con i dogmi religiosi del tempo e le istituzioni. Passa quindi dall’Inghilterra alla odierna Germania, Svizzera, Repubblica Ceca per poi tornare in Francia ed in seguito in Italia, nonostante fosse pienamente cosciente di essere fortemente attenzionato dalla Sacra Inquisizione.

Probabilmente Bruno non si considerava anticattolico, semmai una sorta di riformatore che sperava di avere concrete possibilità di incidere sulla Chiesa. Oppure il senso di pienezza di sé o della sua “missione” da compiere aveva alterato la reale percezione del pericolo a cui poteva andare incontro. Inoltre, il clima politico, ossia l’ascesa vittoriosa di Enrico di Navarra sulla Lega cattolica sembrava costituire una valida speranza per l’attuazione delle sue idee in ambito cattolico.

Nell’agosto 1591 Bruno è a Venezia. Che egli sia tornato in Italia spinto dall’offerta di Mocenigo non è affatto sicuro, tant’è che passeranno diversi mesi prima che egli accetti l’ospitalità del patrizio. In quel periodo Bruno, quarantatreenne, non era certo un uomo a cui mancavano i mezzi, anzi, egli era considerato «omo universale», pieno di ingegno e ancora nel pieno del suo momento creativo. A Venezia Bruno si trattenne solo pochi giorni per poi recarsi a Padova e incontrare Besler, il suo copista di Helmstedt.

Qui tenne per qualche mese lezioni agli studenti tedeschi che frequentavano quella Università e sperò invano di ottenervi la cattedra di matematica, uno dei possibili motivi per cui Bruno tornò in Italia. Compone anche le “Praelectiones geometricae“, l’ “Ars deformationum“, il “De vinculis in genere“, pubblicati postumi, e il “De sigillis Hermetis” e “Ptolomaei et aliorum“, di attribuzione incerta e andato perduto.

A novembre, con il ritorno di Besler in Germania per motivi familiari, Bruno tornò a Venezia e fu solo verso la fine del marzo 1592 che egli si stabilì in casa del patrizio veneziano, che era interessato alle arti della memoria e alle discipline magiche. Il 21 maggio Bruno informò il Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere: questi pensò che Bruno cercasse un pretesto per abbandonare le lezioni e il giorno dopo lo fece sequestrare in casa dai suoi servitori.

Il giorno successivo, il 23 maggio, Mocenigo presentò all’Inquisizione una denuncia scritta, accusando Bruno di blasfemia, di disprezzare le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione, di credere nell’eternità del mondo e nell’esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine.

IL PROCESSO A GIORDANO BRUNO

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Quel giorno stesso, la sera del 23 maggio del 1592, Giordano Bruno fu arrestato e tratto nelle carceri dell’Inquisizione di Venezia, in San Domenico a Castello.

Naturalmente Bruno sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell’Inquisizione veneziana: nega quanto può, tace, e mente anche, su alcuni punti delicati della sua dottrina.  Ad ogni modo, dopo aver chiesto perdono per gli «errori» commessi, si dichiara disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa. L’Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Il 27 febbraio 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant’Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove.

Giordano Bruno fu forse torturato alla fine di marzo 1597, ma non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l’infinità dell’Universo, la molteplicità dei mondi, il moto della Terra e la non generazione delle sostanze. Il filosofo sostenne che la Terra è dotata di un’anima, che le stelle hanno natura angelica, che l’anima non è forma del corpo, e come unica concessione, è disposto ad ammettere l’immortalità dell’anima umana.

 

Il 12 gennaio 1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell’immortalità dell’anima, la sua concezione dell’infinità dell’universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali il Bellarmino. Una successiva applicazione della tortura, proposta dai consultori della Congregazione il 9 settembre 1599, fu invece respinta da papa Clemente VIII.

Nell’interrogatorio del 10 settembre Bruno si dice ancora pronto all’abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo “Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta decisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire.

L’8 febbraio 1600, al cospetto dei cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Pietrasanta e Pietro Millini, è costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare.

Terminata la lettura della sentenza, secondo la testimonianza di Caspar Schoppe, il Bruno si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa parlare – viene condotto in piazza Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo.

Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.

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